Vini Cincinnato: il Bellone ha un futuro da spumante

di Vittorio Ferla

 

La cantina sociale Cincinnato, attiva da più di 70 anni nel territorio di Cori, in provincia di Latina, può contare su 550 ettari di vigne e sul contributo di un centinaio di famiglie che ogni anno conferiscono le loro uve. Rappresenta un punto di riferimento per tutta l’area nonché la dimostrazione che le cantine sociali, se ben condotte, possono esprimere dei prodotti capaci di conciliare dei prezzi accessibili con una qualità elevata.

Il wine resort di Cincinnato con vista sulle vigne

 

 

Uve di territorio

Ma il principale merito dell’azienda consiste certamente nella valorizzazione dei vitigni autoctoni laziali: nella fattispecie, il Bellone, a bacca bianca, e il Nero Buono, a bacca nera. Aspetto tutt’altro che secondario, se si pensa alla grande carenza di identità territoriale del Lazio, ancora molto indietro oggi rispetto a regioni che hanno saputo costruire, nel corso di decenni, una personalità ben definita, grazie al fortissimo legame con il loro vitigno di riferimento. Gli esempi sono innumerevoli: la Toscana con il Sangiovese, l’Abruzzo con il Montepulciano, il Piemonte con il Nebbiolo e la Barbera, la Campania con l’Aglianico, le Marche con il Verdicchio, l’Umbria con il Grechetto e il Sagrantino. L’elenco potrebbe continuare.

Ecco perché merita un apprezzamento speciale l’impegno di Cincinnato nella vinificazione del Bellone – detto anche ‘uva pane’ o Cacchione – vitigno prolifico, capace di offrire uve con una buona espressione varietale e, soprattutto, con una spiccata acidità. Proprio quest’ultima caratteristica fa sì che il Bellone sia molto vocato per la realizzazione di vini spumanti. Una strada intrapresa ormai da diversi anni con discreti risultati.

Vittorio Ferla di GnamGlam (a sinistra) e Nazzareno Milita, presidente della cooperativa Cincinnato

 

 

Gli spumanti da Bellone

Proprio questa estate, nel corso di un evento organizzato da Cincinnato nel proprio resort a pochi chilometri dalla cittadina di Cori – splendido paesaggio con vista sulle vigne e squisita cucina territoriale moderna – ho avuto l’occasione di riassaggiare una notevole batteria di vini da uve Bellone.

In primo luogo, lo Charmat, un vino immediato e piacevole, capace di esprimere la sua impronta varietale, e, soprattutto, il Metodo Classico Brut Korì, che sosta circa 36 mesi sui lieviti, uno spumante importante, ben costruito, adatto anche a grandi occasioni. Quest’ultimo in due versioni: 2016 e 2015. Il primo (sboccatura 2018) dai toni briosi, dai profumi di frutta bianca, pasta frolla e crema di limone, con una sferzata di freschezza al palato e un finale citrico di pompelmo rosa. Il 2015, più discreto nell’approccio olfattivo, molto fine e forse maggiormente compiuto ed espressivo, con una nota balsamica, al palato è più avvolgente, morbido, resinoso e si conclude di nuovo con i richiami di pompelmo.

La novità della casa, a partire da quest’anno, è però il Pas dosè. La vendemmia di riferimento è quella del 2016. “Una buona annata, con buona escursione termica, un agosto regolare con piogge nella norma”, come la descrive Nazzareno Milita, il presidente della cooperativa. “Una annata eccezionale che ci ha dato molta più uva per il metodo classico”. Sboccato nell’aprile 2020, il Pas dosè è realizzato con uve di alta qualità e perfettamente integre. Offre al naso dei profumi di biscotto, con sfumature di erbe officinali e resinose, note varietali e di pasticceria, con ritorni agrumati che ricordano il pompelmo e un finale di mandorla. Struttura e complessità importanti, sorso appagante e bolle cremose. Questo intrigante Pas dosè dimostra che, grazie alla selezione di ottime uve e all’affinamento sui lieviti per 24 mesi, un vitigno tradizionalmente ritenuto rustico può raggiungere, viceversa, una imprevista eleganza. La potenzialità di produzione è molto alta: l’azienda è in grado di produrre infatti 10 mila quintali di Bellone. Un’ottima notizia per gli appassionati.

Le etichette in degustazione

 

 

I bianchi fermi

All’assaggio estivo non può mancare, ovviamente, il classico Castore. Vino fermo di base, anno 2019, naso di fiori e frutta bianca, al palato è immediato, fresco, vivace. Un vino quotidiano, minerale, piacevole, di facile abbinamento, che conserva il suo carattere rustico con la nota amara finale.

Una personalità diversa manifesta, ovviamente, l’Enyo 2018. Prodotto con le uve selezionate dei migliori vigneti, anche un po’ surmature, leggera macerazione sulle bucce e permanenza sui lieviti, poi malolattica e un anno di affinamento in acciaio. Il colore è giallo dorato, profumi di fiori di campo, di mentuccia e di resina oltre che di frutta secca, con sfumature agrumate, sorso morbido con fondo sapido, il finale è asciutto con buona persistenza. Un bianco ricco di carattere e di complessità.

I calici della degustazione

 

 

 

Il futuro del Bellone è… frizzante

Dopo anni di tentativi di affinamento in legno, Nazzareno Milita si è convinto che il Bellone “si esprime meglio senza legno”. Mi pare un insegnamento corretto di cui fare tesoro. Allo stesso modo – visti gli apprezzabili risultati del raggiunti dal metodo classico, sia nella versione brut che in quella a dosaggio zero – bisogna incoraggiare la strada della spumantizzazione, non a caso perseguita anche da altre cantine della zona. Il Bellone potrebbe trovare nello spumante una grande opportunità di affermazione: d’altra parte, nel Lazio, è certamente il vitigno più vocato per realizzare ottime bollicine. Di più, direi: se il movimento vitivinicolo del Lazio decidesse di inventarsi un “distretto dello spumante” tipicamente territoriale dovrebbe certamente investire sul Bellone.