“C’è un topo nel McChicken”: tutte le food-bufale

di Ilaria Donatio

 

Di leggende metropolitane su cibo e dintorni ne sono pieni i social: il problema sorge quando una “bufala alimentare” passa direttamente dalla pagina Facebook alle redazioni dei giornali.

 

Se le bufale entrano in redazione

Se ne è discusso al Festival del giornalismo alimentare che ha messo a confronto Claudio Michelizza e David Puente, i due inventori di Bufale.net – un sito di fact-checking, nato proprio con l’obiettivo di smascherare le notizie false e di confermare quelle vere – con Peppino Ortoleva, docente di Scienze della Comunicazione dell’Università di Torino.

 

Il famoso topo nel panino

Avrete tutti letto sui social – e, purtroppo, magari anche condiviso – (false) news sui “seimila gatti mangiati nel 2014″ in imprecisati ristoranti cinesi, su un “ristorante di carne umana scoperto in Nigeria”, sul tizio che dopo aver mangiato sushi, si è ritrovato ad ospitare “centinaia di vermi nel proprio stomaco”, di carne di cane spacciata per hot dog, di “cani randagi esportati in Cina” per uso alimentare. E poi, ancora: di arance infette dal virus Hiv, di merendine farcite di acido citrico, della famigerata “carne cancerogena“, di sostanze tossiche presenti nelle birre tedesche.

 

Bufale.net all’attacco

In tutte le bufale citate, spiegano Michelizza e Puente, la fonte è sconosciuta o riportata in modo scorretto; si tratta di siti che spesso sfruttano la somiglianza col nome di testate nazionali (“Il Giomale” scimmiotta “Il Giornale”); molte volte si tratta di (vecchie o vecchissime) notizie, già smentite, ma riscritte da siti improvvisati che le rilanciano per aumentare le visualizzazioni, creare traffico e guadagnarci su; spesso sono bufale la cui verifica risulta complicata dalla serie di rimandi ad altri siti, anche esteri, che funzionano come matrioske: nella maggior parte dei casi, si risale alla fonte che a volte è satirica oppure è una testata web improvvisata.

Il punto è che, mentre le condivisioni di false notizie che provocano allarmismo secondo il più perverso effetto moltiplicatore, ottengono migliaia di condivisioni, le smentite solo poche centinaia. Non senza conseguenze reali: a farne le spese, sono le aziende coinvolte, con effetti spesso disastrosi.

 

Salute e italianità: i due argomenti hot

“Gli argomenti caldi sono quelli che ci toccano da vicino – dice Puente – quindi la carne cancerogena o con l’aids e le birre con sostanze tossiche. Alcuni studiano quel che interessa alle persone e lo sfruttano per guadagnarci ricavi pubblicitari dati dalla condivisione della notizia”. Non è solo la salute ad essere un tema caldo: anche l’italianità. Non è un caso che le bufale puntino “sull’allarmismo” toccando spesso “cibi esotici, come il sushi o il kebab che si diceva fosse fatto con la carne di topo”, commenta Michelizza.

 

E ci cascano tutti

E così leggiamo di bufale gigantesche riportate sulle principali testate, anche internazionali: la falsa ristorante nigeriano che cucinava carne umano, ad esempio, è stata lanciata dall’Independent, poi ripresa dal Mirror, per arrivare nelle colonne del Messaggero

Si sfrutta la fretta con cui, spesso, i giornalisti sono costretti a lavorare e – in molti casi – la loro superficialità: probabilmente non era necessaria una laurea in Medicina per capire che non basta certamente una radiografia – pubblicata su diversi siti online – per individuare le tenie che avrebbero invaso lo stomaco dell’uomo colpevole di aver mangiato del sushi avariato: una bufala che ha avuto un successo incredibile!

 

Quell’antica paura dell’avvelenamento

Eppure, mette in guardia Peppino Ortoleva, “Ci caschiamo tutti, non abbiamo elementi di difesa“: dunque, una delle cose da cui dobbiamo guardarci bene, è dire “Noi non ci caschiamo!”. Perché? “La paura dell’avvelenamento è molto antica e le prime bufale che ci bombardano”, spiega, “sono le pubblicità”. E infatti McLuhan diceva: “I giornali sono pieni di cattive notizie perché quelle buone sono le pubblicità“.